ADDIO A MONTE STRACCIO…

Diciamolo, è ancora diffusa la credenza secondo cui il concetto di second hand debba tradursi in capi lisi, bruttini, vintage nei casi più felici, démodé e stinti nei più disperati. Diverse persone alla parola second hand fanno tuttora corrispondere nel proprio immaginario più un “duecent hand”, perché non è possibile che le cose belle attraversino indenni i mesi o gli anni e le avversità per capitare in condizioni perfette nelle fortunate mani di qualcuno che stava cercando esattamente quella cosa, di quella taglia e in quel momento!

Dunque anche i negozi che trattano abiti con un passato dovrebbero, per accordarsi al concetto di “duecent hand”, essere preferibilmente squallidi, polverosi ed impregnati di un odore indefinito, ma comunque sgradevole.

Ebbene, se fino a pochi anni fa questa poteva dirsi la percezione dominante, le cose stanno rapidamente cambiando, grazie forse ad una concomitanza di fattori diversi: dalle mai del tutto superate crisi economiche al crescente senso critico dei consumatori di moda, passando attraverso una mutata società nella quale non conta più solo apparire, ma apparire ogni volta diversi.

La prima risposta alla precarietà delle tasche e alla richiesta di un continuo rinnovamento d’immagine è stata il cosiddetto fast fashion. Tuttavia, per quanto continui a godere di ottima salute, le critiche nei confronti di questa pratica (produttiva e di consumo) si fanno progressivamente più vivaci e numerose, mentre i consumatori vorrebbero sempre più poter contare su alternative che permettano di accedere a capi di qualità, senza passare per l’accensione di un mutuo in banca.

Già 12 anni fa è stato coniato il concetto opposto di slow fashion, che abbraccia una pluralità di istanze; sono passati ormai 8 anni dal lancio della campagna Detox di Greenpeace, un colosso come H&M ha lanciato una iniziativa mondiale volta a ridurre la quantità di abiti nelle discariche; mentre l’idea di vendere i propri abiti o di acquistarne di usati si è ritagliata uno spazio di tutto il rispetto, al punto da aver visto nascere una community on-line dedicata, Depop, della quale fanno parte anche personaggi come Chiara Ferragni.

Almeno su un piano teorico, sono ormai pressoché tutti concordi sul fatto che la moda circolare aiuti il pianeta, mentre il recente acuirsi delle sollecitazioni a favore di una maggiore e più diffusa sensibilità ambientale sembra aver indicato in via definitiva che quella è la direzione verso cui le prossime generazioni ragionevolmente tenderanno. Dunque anche noi, che adolescenti più non siamo, non potremo andare avanti a capi usa e getta per sempre: inquina produrli, inquina smaltirli, in alcuni casi alla lunga possono addirittura risultare dannosi per la salute. Senza contare che, nella società del continuo rinnovamento di immagine, spesso e volentieri la fantasia finisce per languire e tornano qua e là sparse tendenze anni ’90, anni ’80… e precedenti!

Il settore del cosiddetto second hand si sta mostrando sempre più ricettivo a questa pluralità di istanze e sta conoscendo una rapida e felice evoluzione. Non più discese nelle viscere di un metaforico Monte Straccio, a frugare tra capi di cui iniziano a risultare poco chiare persino le fattezze, ma un modo di intendere lo shopping un po’ alla maniera di Atelier n. 8: con un ambiente piacevole e accogliente, una presenza al contempo on e off-line, un’attività di selezione degli articoli estremamente accurata e attenta, con soluzioni che soddisfino tutte le parti coinvolte ed una predisposizione alla consulenza.

Chi si rivolge ad attività come Atelier può contare su una rassicurazione ed una consulenza in più, ben lontano dalle dinamiche dei mega store del fast fashion, dove le regole di produzione e le dimensioni multinazionali fanno decadere automaticamente l’elevata attenzione alle esigenze particolari di ogni singolo cliente.

In conclusione, volendo provare ad immaginarci lo shopping del domani, vediamo un mercato nel quale le dinamiche più predatorie del fast fashion saranno sacrificate a favore di una maggiore sostenibilità, seppur garantendo fasce di prezzo diversificate; dove nelle pratiche di acquisto dei consumatori si avrà la piena compresenza tra capi di prima e seconda mano (che, ricordiamo, già oggi non vuol dire necessariamente usati!), al punto da spingere probabilmente gli stessi big dell’industria dell’abbigliamento ad avere una presenza diretta, attiva e inedita nel comparto second hand.